Lunedi’ scorso ho accompagnato mia figlia al cancello della scuola per la prima volta. Non ero commosso, come tante altre mamme e papà. Il sentimento che prevaleva oramai da giorni era la preoccupazione, l’incertezza che mi erano arrivate dalla riunione che le maestre avevano tenuto con i genitori per spiegarci come funzionava la “macchina scolastica”. Un vero disastro. Mancava l’informazione, il colloquio e la chiarezza. Le domande che dovevo fare mi giravano in testa: “Quanti quaderni avrebbe portato il primo giorno? Quali libri? A che ora questo? Cosa fare se si ammala? Posso vedere la classe dove passerà i prossimi mesi della sua vita?”.
Alla fine della riunione mi sono avvcinato alla maestra e con pacata umiltà le ho chiesto se poteva mettere mia figlia nella sezione dove c’era la sua amichetta del cuore. La maestra con una matita si è segnata i due nomi.
Il giorno 15 eravamo tutti in ansia mentre la maestra chiamava i bimbi all’appello uno dopo l’altro sfilavano, appesantiti dai loro zaini per entrare nella sezione A o B.
Il mio piccolo sogno -desiderio di papà era però destinato ad essere infranto quando le due amichette del cuore sono state divise dalla scelta fin troppo autoritaria di una maestra che, probabilmente voleva lanciare un messaggio del tipo
“Benvenuti nel mondo reale, se credevate che la scuola fosse come l’asilo vi sbagliavate di grosso, qui’ decidiamo noi”.
Peccato. Ci avevo sperato tanto. Un po’ triste e sconsolato sono tornato a casa meditando sull’accaduto; cosa fare? Tornare alla carica? Chiedere unteriori spiegazioni? Andare in direzione a protestare?
Ho scelto la via del silenzio e della meditazione. Stiamo a vedere, mi son detto.
Il giorno dopo la mia bimba tornando a casa mi fa vedere un disegno che ha fatto in classe. “l’ho fatto solo io così, su di un foglietto, gli altri lo hanno fatto sul quaderno….”
In effetti non avevo messo i sei quaderni che comparivano nella lista che mi avevano consegnato; quattro a quadretti, due a righe ecc. perchè non sapevo se dovevo metterli tutti o meno. Pensai di scrivere una nota sul quaderno degli avvisi alla maestra chiedendo quali libri e quaderni avrebbe dovuto portare. Risultato; nessuna risposta.
Il secondo giorno ho capito che il sistema di comunicazione in quella scuola era il “tam tam passaparola” tra genitori. In pratica, se vuoi saper qualcosa che non sia importante (per le maestre) devi chiederlo alle altre mamme o papà cercando di trovare quelle che hanno i figli in quarta o quinta, con più esperienza, altrimenti ti puoi letteralmente “ATTACCARE AL TRAM”.
Mia figlia nel frattempo aveva regalato il disegnino che la ritraeva, alla zia. Il giorno dopo tornando a casa mi disse che aveva pianto, quando la maestra le aveva detto di riportare il disegnino per riattaccarlo sul quaderno.
Se questo e’ l’inizio della scuola, pensai, sarà sicuramente un anno difficile per tutti. e cominciai a pensare a cosa potesse fare un padre che come me, guadagna poco più di mille euro al mese per migliorare la situazione a mia figlia.
Mia moglie da quando ha dato alla luce alla bimba ha preferito restare a casa per darle tutto l’amore e l’affetto di cui aveva bisogno, per cui le nostre possibilità economiche sono limitate.
LA SCUOLA PRIVATA.
PIù per curiosità che per convinzione, mia mglie ed io siamo andati a vedere una scuola privata della zona per capire se c’era una differenza e se le nostre possibilità economiche potessero permetterci di iscrivere nostra figlia a quell’istituto, magari l’anno prossimo.
La segretaria molto gentilmente ci ha illustrato tutte le caratteristiche della scuola, facendoci vedere i locali e le classi che avrebbero ospitato un massimo di 15 alunni per classe.(Contro i 25 della scuola pubblica).
Le prime due settimane i bimbi vengono lasciati liberi di scegliere la loro sezione, cambiandola quando volessero, “assaggiando” questa o quella per vedere quale sarà la più consona alla loro personalità. Segue un test psicopedagocico atto a valutare le vere capacità dell’alunno per poi inserirlo nel contesto di studio che più gli si addice.
Il parco giochi per la ricreazione tra il verde e i campi da basket, volley, calcio. La mensa con i past preparati in loco e serviti mediante un sistema di self-service.
Tutto sembrava così perfetto, ma avrenmmo potuto permettercelo?
Alla fine, fatti due conti abbiamo deciso che se investivamo nell’istruzione e nell’educazione di nostra figlia non avremmo sbagliato e decidemmo di iscriverla, togliendola dalla scuola pubblica.
Peccato che in un Paese moderno e all’avanguardia come l’Italia, un genitore sia costretto ad optare per una scuola a pagamento per poter dare quella serenità e tranquillità che dovrebbero essere garantite dalla funzionalità della scuola pubblica.
Domani lunedi’ 22 porterò di nuovo mia figlia alla soglia di un cancello che sarà sicuramente diverso e più accogliente, dove mi è già stata data una lista con tutto quello che verrà fatto durante il corso dell’anno;orari, riunioni, giorni di vacanza, quaderni libri. Per la mia bambina ci sarà una “festicciola di accoglienza” da parte dei suoi nuovi compagni di classe..
In sintesi, quello che manca alla scuola pubblica, a mio modesto avviso, è un po’ di più “umanità” e funzionalità. Perche non avere un ufficio o una persona ESCLUSIVAMENTE addetta ai rapporti tra scuola e genitori, dove un papà o una mamma con dei dubbi, anche se possono sembrare banali, possano recarsi per ulteriori spiegazioni? Ciò renderebbe la scuola un attimo più vivibile e praticabile.
E se i bimbi sono troppi come accade nella maggioranza dei casi, non resta che aggiungere una o due classi che possano ridurre il numero degli studenti ed aumentare la qualità dell’insegnamento, ma probabilmente classi numerose chiamano più di un maestro ed è forse a causa di questa equazione politica che i nostri figli devono pagare per un’istruzione di qualità.
Forse no. Alcuni giorni fa ho incontrato la mia vecchia maestra elementare (io ho 52 anni ) . Abbiamo chiaccherato brevemente ricordando gli anni lontani di una scuola con il maestro unico. “Nella classe di mia figlia saranno in 25″ Dissi alla maestra. “Te lo ricordi quanti eravati in prima nel 1966?” No dissi io.
“Eravate 32″ Ma queli erano altri tempi